Chāndogya Upaniṣad VI

(Trad. P. Filippani-Ronconi {con modifiche})

 

I

 

1. C’era una volta Śvetaketu Āruṇeya. Suo padre gli disse: “Śvetaketu! Vai a compiere il tuo noviziato di brahmacārin. Figlio mio, non avvenga mai che un uomo della nostra famiglia divenga un cattivo brāhmaṇa per mancanza di scienza. “

 

2. Śvetaketu, quindi, a dodici anni di età andò da un maestro. A ventiquattro anni, dopo aver studiato tutti i Veda, ritornò a casa contento di sé, orgoglioso della sua scienza, tutto fiero.

 

3. Suo padre gli disse: “Śvetaketu! Dato che, mio caro, tu sei contento di te, orgoglioso delle tue conoscenze e tutto soddisfatto, hai tu mai ricercato quell’insegnamento per il quale ciò che non si è ascoltato è come se lo si avesse ascoltato, ciò che non si è pensato è come se lo si avesse pensato, ciò che non si è conosciuto è come se lo si avesse conosciuto?”

 

4· “Come è dunque, o Signore, questo insegnamento?” “È come, mio caro, se da un pezzo di argilla si conoscesse tutto ciò che è la materia-argilla, restando tutte le diverse modificazioni null’altro che distinzioni di nome e di linguaggio riguardanti una sola realtà: l’argilla.

 

5· È come, mio caro, se da un pezzo di rame si conoscesse tutto ciò che è rame, restando le diverse modificazioni null’altro che distinzioni di nome e di linguaggio riguardanti una sola realtà: il rame.

 

6. Egualmente, mio caro, è come se da una sola scheggia si conoscesse tutto ciò che è ferro, restando le diverse forme null’altro che distinzioni di nome e di linguaggio riguardanti una sola realtà: il ferro; di questa stessa specie, mio caro, è questo insegnamento.”

 

7· “In verità, i miei venerabili maestri non sapevano nulla di ciò. E, se lo sapevano, perché non me lo hanno detto? Vi prego, pertanto, o Signore, di dirmelo.” “Sia pure, mio caro”, rispose il padre.

 

II

 

l. “All’inizio, mio caro, null’altro vi era che l’essere [sat] unico e senza secondo. Altri in verità dicono: «All’inizio vi era il non essere [asat], uno e senza secondo; da questo non essere nacque l’essere.»

 

2. Come, però, potrebbe essere cosí, mio caro? Come può l’essere nascere dal non essere? In verità è l’essere, il quale esisteva al principio delle cose, l’essere solo e senza secondo.

 

3. Allora < l’essere> pensò: «Possa io diventare molto [bahu syām]! Possa io generare!» E cosí produsse l’ardore [tejas = fuoco. calore]. L’ardore pensò: «Possa io diventare molto! Possa io generare!» E produsse le acque. Questa è la ragione per la quale tutte le volte che un uomo piange o suda < in seguito a calore> si produce acqua [un liquido].

 

4. Le acque pensarono: «Possiamo noi diventare molte! Possiamo noi generare!» Esse produssero il cibo [anna]. Questa è la ragione per la quale ovunque piova vi è cibo in abbondanza. È dall’acqua che nasce il cibo.

 

IV

 

1. L’aspetto rosso del fuoco è la manifestazione del tejas; l’aspetto bianco quella dell’acqua; l’aspetto nero quella del cibo. La igneità del fuoco dispare <come realtà a sé>: essa non è che una creazione del linguaggio, una modificazione, un nome. Soltanto le tre forme sono realtà.

 

2. L’aspetto rosso del sole è la manifestazione del tejas, l’aspetto bianco quella dell’acqua, l’aspetto nero quella del cibo: la ‘soleità’ del’ sole dispare <come realtà a sé>. Essa non è che una creazione del linguaggio una modificazione, un nome. Soltanto le tre forme sono realtà.

 

3. L’aspetto rosso della luna è una manifestazione del tejas, quello bianco dell’acqua, quello nero del cibo. La ‘luneità’ della luna dispare <come realtà a sé>. Essa altro non è che una creazione del linguaggio, una modificazione, un nome. Solo i tre aspetti sono realtà.

 

4. L’aspetto rosso del lampo è la manifestazione del tejas, quello bianco dell’acqua, quello nero del cibo. La ‘lampeità’ del lampo dispare <come realtà a sé>. Essa non è che una creazione del linguaggio, una modificazione, un nome. Solo i tre aspetti sono realtà.

 

5. Avvenne che, quando i signori di grandi assemblee ed i grandi ricercatori seppero queste cose, dicessero: «Nessuno ormai ci saprà dire alcuna cosa che ci sia ignota, che noi non abbiamo pensato, che noi non abbiamo penetrato.» Essi conoscevano <tutte le cose> attraverso questi <tre principi>.

 

6. Tutto ciò che loro appariva rosso riconoscevano come manifestazione del tejas; ciò che loro appariva bianco come manifestazione dell’acqua, ciò che loro appariva nero come manifestazione del cibo.

 

7. Ciò che loro appariva indistinto riconoscevano come mescolanza di questi tre principi...

 

IX

 

l. “Per fare il miele, mio caro, le api raccolgono i succhi delle piante più diverse e li portano all’unità di un solo succo:

 

2. i diversi succhi non si distinguono più, l’uno come il succo di una tale pianta, l’altro come il succo di un’altra pianta; egualmente, in verità, o mio amico tutte le creature, pur {confluendo} nell’Essere, ignorano che esse {confluiscono} nell’Essere.

 

3. Qui, sulla terra, che esse siano tigre o leone, lupo o cinghiale, verme o farfalla, mosca o zanzara, tutte loro sono quelle che sono.

 

4. Per quanto si riferisce all’essenza sottile, invece, è da questa che tutte sono animate; essa è l’unica realtà, è l’ātman, e tu stesso, o Śvetaketu, lo sei.” “Signore — disse il figlio — istruitemi ancora.” “Sia pure, mio caro”, rispose il padre.

 

X

 

1. “Mio caro, questi fiumi scorrono, quelli orientali verso l’est, quelli occidentali verso l’ovest. Usciti dall’oceano, essi vi ritornano, e l’oceano permane <come unica realtà>. Allorché essi sono nell’ oceano non sanno di essere questo o quel fiume.

 

2. Egualmente, in verità, mio caro, tutte queste creature, pur nascendo dall’Essere, non sono coscienti del fatto che provengono dall’Essere. Tutte quante loro, che siano tigre o leone, lupo o cinghiale, verme o farfalla, mosca o zanzara, qualunque cosa esse siano, mantengono la loro individualità.

 

3. Per quanto riguarda, invece, l’essenza sottile, da essa ogni cosa è animata: essa è l’unica realtà [satya], essa è l’ātman; e tu stesso, o Śvetaketu, lo sei.” Il figlio gli disse: “Signore, istruitemi ancora.” “Sia pure, mio caro”, rispose il padre.

 

XI

 

1. “Se qualcuno, o mio caro, colpisse quel grande albero qui alla radice, esso continuerebbe a vivere, pur gocciolando <la linfa>; se qualcuno lo colpisse nel tronco, egualmente continuerebbe a vivere, pur perdendo la linfa; se qualcuno lo colpisse in cima, egualmente continuerebbe a vivere, pur perdendo la linfa. Compenetrato dall’ātman, immerso nella vita, bevendo <i succhi della terra>, esso permane nella felicità.

 

2. Quando, però, la vita abbandona un ramo, esso si secca; un secondo ramo, esso egualmente si secca, un terzo ramo, esso anche si secca; e allorché la vita abbandona tutto l’albero, esso si secca completamente. Egualmente, mio caro, sappi ciò:

 

3. in verità, allorché un essere è abbandonato dall’anima vivente [jīva], esso non vive più e muore. Ogni cosa è animata da quella essenza sottile: essa è l’unica realtà essa è l’ātman. Tu stesso, o Śvetaketu, lo sei.” “Signore, istruitemi ancora”, riprese il figlio. “Sia pure”, rispose il padre.

 

XII

 

1. “Portami un frutto di quel nyagrodha”, disse il padre. “Eccolo, Signore”, rispose il figlio. “Taglialo”, ordinò il padre. “Eccolo tagliato”, rispose il figlio. “Che ci vedi dentro?” chiese il padre. “Tanti piccoli grani”, rispose il figlio. “Ebbene, spezza uno di quei grani”, ordinò il padre. “Eccone uno spezzato, o Signore”, rispose il figlio. “Che ci vedi dentro?” “Nulla, o Signore.”

 

2. Il padre allora gli disse: “Questa sottile essenza che sfugge alla tua percezione, è grazie a questa sottile essenza che questo albero, per quanto grande esso è, si innalza al cielo.

 

3. Credimi, mio caro. Questa sottile essenza anima tutte le cose; essa è l’unica realtà; essa è l’ātman. Tu stesso, o Śvetaketu, lo sei.” “Signore, istruitemi ancora.” “Sia pure!“

 

XIII

 

1. “Butta questo sale nell’acqua e ritorna da me domani mattina.” Śvetaketu obbedí al padre. Allora il padre gli disse: “Portami ora quel sale che tu ieri sera hai gettato nell’acqua. Śvetaketu guardò nell’acqua e non lo vide piú. Si era sciolto.

 

2. “Assapora un po’ di quell’acqua prendendola dalla superficie. Come è?” “È salata.” “Assapora un po’ di quell’acqua prendendola dal basso. Come è?” “È salata.” “Assaporane ancora e vieni da me”. Il figlio gli obbedí e gli disse: “È sempre lo stesso.” Allora il padre disse a Śvetaketu: “Cosí pure, o figlio mio, tu non afferri l’essere, e purtanto esso è presente ivi [ove tu sei].

 

3. Tutto quanto esiste è animato da questa essenza sottile; essa è l’unica realtà, essa è l’ātman. E tu stesso, o Śvetaketu, lo sei.