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Lingua e Letteratura Sanscrita(Prof. Paolo Magnone) |
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A. Amṛtamanthana Il mito del frullamento delloceano [A.A. 2001/2]Dèi e demoni sono gli attori mitici
di una guerra perpetua in cui si esemplifica il dinamismo degli opposti
che alimenta la vita del cosmo. Tuttavia, narra il mito, una volta
in illo tempore dèi e demoni conclusero una tregua,
unirono le forze allo scopo di frullare
loceano
per ottenere lelisir di immortalità. La montagna cosmica
fu il colossale frullino, il serpente del tempo infinito la corda per
farlo girare. Dalle acque sbattute nacquero, assieme a molti gioielli,
gli archetipi della Morte e della Vita: il Veleno e lAmbrosia.
In questo modulo, dedicato agli studenti
di indirizzo linguistico-letterario, si approfondirà lo studio
delle strutture morfologiche e sintattiche del sanscrito e si introdurrà
la scrittura devanāgarī, indispensabile per consentire
laccesso alle edizioni indiane dei testi originali.
Applicando le conoscenze acquisite leggeremo
alcuni brani di una versione del mito (nelloriginale in devanāgarī),
collocandola nel panorama complessivo disegnato dalle numerose varianti
epico-puraniche. |
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B. Vivekacūḍāmaṇi Il diadema della discriminazione [A.A. 2001/2] La
scuola filosofica delladvaita vedānta esprime la cifra
piú caratteristica del pensiero indiano, e quella che ha trovato
piú vasta eco in Occidente. È un monismo assoluto che propugna
lunica Realtà dellātman-brahman, identità
di pensiero ed essere, soggetto e oggetto, luce rivelativa ed energia
effusiva. Di questa Realtà unica il mondo fisico e psichico
la varietà delle cose e delle persone non è che il
fenomeno insostanziale, evocato dalla māyā, il potere
plastico-illusorio dellAssoluto, assecondato dallavidyā,
lignoranza congenita della persona, che impedisce di scorgere oltre
la molteplicità apparente lunità reale, e in particolare
lidentità di jīva (anima individuale) e ātman
(anima universale).
In questo modulo, che si rivolge in particolare
a studenti di indirizzo filosofico (e in generale a persone con competenze
e interessi filosofico-culturali piú che linguistico-letterari)
leggeremo (in traduzione, e tuttavia tenendo presente il testo sanscrito
traslitterato) il Vivekacūḍāmaṇi attribuito
al grande maestro Śaṅkara. Il corso sarà completato da
una introduzione alla proto-metafisica delle Upaniṣad e da
una presentazione sommaria delle altre scuole classiche della filosofia
indiana. |
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A. Kṛṣṇa, il divino amante. Letture dal Gītagovinda di Jayadeva [A.A. 2002/3] Jayadeva, l«imperatore dei
poeti erranti ai piedi della Signora del Loto, custode di pensieri screziati
dalle gesta della Divina Parola», abbandonò
la vita dellasceta mendicante senza fissa dimora, secondo la leggenda,
per sposare su istanza divina una danzatrice sacra del tempio di Jagann÷tha-Ka
a Puri, in Orissa, e dedicare il resto della sua vita alla devozione al
dio. Compose un poema in suo onore, il Gītagovinda, che divenne
il prediletto di Kṛṣṇa, secondo unantica iscrizione,
tanto che nessun altro canto doveva essere intonato nel tempio.
Il suo poema cantava lidillio di
Kṛṣṇa con la pastorella Rādhā, sullo sfondo
dei sorridenti flirt del dio adolescente con le compagne dellamata
nel paradiso terrestre di Vṛṇḍāvana.
Composto nel XII sec. in Orissa o in Bengala,
il poema, una gemma della poesia devozionale sanscrita, esercitò
una grande influenza sul grande mistico e visionario bengalese Caitanya,
che riformò il culto viṣṇuita nel XVI sec., introducendovi
una peculiare nota estetico-erotica. In questo modulo, dedicato agli studenti
di indirizzo linguistico-letterario, si approfondirà lo studio delle strutture
morfologiche e sintattiche del sanscrito e si introdurrà la scrittura
devanāgarī, indispensabile per consentire laccesso alle
edizioni indiane dei testi originali. Applicando le conoscenze acquisite leggeremo
passi scelti del Gītagovinda (nelloriginale in devanāgarī),
collocandoli nel panorama complessivo delle correnti devozionali viṣṇuite.
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B. «Tu sei Quello»: introduzione alla filosofia delle Upaniṣad [A.A. 2002/3] Le
Upaniṣad (ovvero le sessioni ai piedi del maestro)
sono i monumenti piú venerabili della filosofia indiana, a un tempo
culmine e suggello della Rivelazione vedica, come suggerisce laltra
designazione di Vedānta che loro compete. La medesima designazione
si applica anche, per estensione, alla
scuola filosofica classica che da esse trae origine e alimento, esprimendo
la cifra piú caratteristica del pensiero indiano, e quella che ha trovato
piú vasta eco in Occidente. È un monismo assoluto che propugna lunica
Realtà dellātman-brahman, identità di pensiero ed essere,
soggetto e oggetto, luce rivelativa ed energia effusiva. Di questa Realtà
unica il mondo fisico e psichico la varietà delle cose e delle
persone non è che il fenomeno insostanziale, evocato dalla māyā,
il potere plastico-illusorio dellAssoluto, assecondato dallavidyā,
lignoranza congenita della persona, che impedisce di scorgere oltre
la molteplicità apparente lunità reale, e in particolare lidentità
di jīva (anima individuale) e ātman (anima universale). Ma il diretto rapporto di filiazione tra
le Upaniad e il Ved÷nta classico non esaurisce la
ricchezza di questi testi, che costituiscono un vero e proprio scrigno
di tutte le virtualità speculative poi venute a maturazione nelle
sei scuole filosofiche classiche. In questo modulo, che si rivolge in particolare
a studenti di indirizzo filosofico, esamineremo le dottrine fondamentali,
anche facendo riferimento alloriginale sanscrito (in traslitterazione),
in particolare per quanto concerne il lessico filosofico che eccede le
possibilità di una traduzione adeguata. |
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«L’universo è la veste del Signore»: lettura della Īśāvāsya Upaniṣad [A.A. 2004/5]Le Upaniṣad (ovvero le sessioni ai piedi del maestro)
sono i monumenti piú venerabili della filosofia indiana, a un tempo
culmine e suggello della Rivelazione vedica, come suggerisce laltra
designazione di Vedānta che loro compete. La medesima designazione
si applica anche, per estensione, alla
scuola filosofica classica che da esse trae origine e alimento, esprimendo
la cifra piú caratteristica del pensiero indiano, e quella che ha trovato
piú vasta eco in Occidente. È un monismo assoluto che propugna lunica
Realtà dellātman-brahman, identità di pensiero ed essere,
soggetto e oggetto, luce rivelativa ed energia effusiva. Di questa Realtà
unica il mondo fisico e psichico la varietà delle cose e delle
persone non è che il fenomeno insostanziale, evocato dalla māyā,
il potere plastico-illusorio dellAssoluto, assecondato dallavidyā,
lignoranza congenita della persona, che impedisce di scorgere oltre
la molteplicità apparente lunità reale, e in particolare lidentità
di jīva (anima individuale) e ātman (anima universale). Ma il diretto rapporto di filiazione tra le Upaniṣad e il Vedānta monistico non esaurisce la
ricchezza di questi testi, che costituiscono un vero e proprio scrigno
di tutte le virtualità speculative poi venute a maturazione nelle
sei scuole filosofiche classiche. Il filone teistico viene alla luce in
tutto il suo splendore nella Īśāvāsya (o Īśa) Upaniṣad,
la piú breve delle Upaniṣad, che pure condensa nelle poche
strofe la quintessenza del Hinduismo, al punto che Gandhi ebbe a dire che
se anche tutte le Scritture fossero andate perdute in una catastrofe a
eccezione della Īśa, questa sarebbe bastata a trasmettere
all'umanità il messaggio intero dell'autentica spiritualità indiana. |
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La fine del mondo: dottrine e ‘profezie’ dei Purāṇa [A.A. 2005/6] I
Purāṇa, queste prodigiose enciclopedie di Antiquitates che si rigenerano esse stesse nel tempo secondo l’etimologia tradizionale (purā navam aniti: “ab antiquo nuovamente respira”), non contemplano il tempo che ci è familiare il tempo lineare del presente in precipite aggetto su un futuro ignoto da un passato irrevocabile ma un tempo piú abissale e vertiginoso, fatto di cicli inscatolati in cicli, dal ciclo minimale del nimeṣa, il batter di ciglia che dura un istante, attraverso cicli diurnali, lunari e solstiziali, eoni ed ere cosmiche fino alla culminazione nel ritorno, alla sublimazione dell’identico nel ciclo trascendentale del nimeṣa dell’Essere Supremo che abbraccia evi incalcolabili. In una simile prospettiva, a livello micro-cosmico non ci sono ‘novissimi’, ma morte, giudizio, inferni e paradisi ritornano alla fine di reiterati cicli mortali, cosí come a livello macrocosmico le diverse cesure della ‘fine del mondo’ si riproducono a suggello dei diversi cicli che scandiscono la vita degli universi. Incardinato in piú vasti sistemi di ritmi ‘naturali’, abissalmente vasti e indifferenti all’agire umano, il ciclo dei 4 yuga, che scandisce un processo degenerescente delle età carico di echi esiodei, è il piú rilevante per l’uomo in quanto è misura di una prospettiva assiologica sulla storia. I Purāṇa, facendo risuonare le voci
profetiche dei veggenti di età remote, descrivono la congiuntura
contemporanea di noi sventurati sudditi di kali, l’infausta età ultima, inaugurata secondo il computo tradizionale il 28 febbraio del 3102 a.C. e destinata a concludersi con una versione della “fine del mondo” tra poco meno di 427000 anni.
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La cerca dell'immortalità nel Veda e nell'Itihāsa-Purāṇa [A.A. 2006/7] L’India brahmanica bada piú a fuggire la nascita che la morte. Certa è la morte per chi ha sofferto la nascita con il suo corteggio di mali, e certa è la rinascita per chi ha sofferto la morte senza poter raggiungere la liberazione nell'arco della vita trascorsa. Tutto revolve nei cicli microcosmici delle esistenze individuali e nei cicli macrocosmici degli eoni, e in questa cornice gli immortali sono al piú cīrajīvin, “lungo-viventi” — quanto a lungo? forse miliardi di anni, quanto dura un giorno di Brahmā ovvero un'era di manifestazione cosmica; ma, dopo, tornano anch'essi a rinascere — e a rimorire — finché non trovino l'imbocco dell'impervio cammino che conduce allo splendido isolamento del mokṣa. Perfino i beati in paradiso e gli dèi celesti sono tali solo pro tempore: i beati ricadranno in grembi umani all'esaurirsi dei meriti, gli dèi torneranno anime trasmigranti al termine del periodo del loro ingaggio divino. Tutto ciò non impedisce che l'India, nella sua incontenibile multiversità, custodisca nel suo retaggio ancestrale piú di una varietà del mitologema archetipale della cerca dell'immortalità: dal ratto dell'ambrosia celeste a opera dell'uccello solare, alla zangolatura dell'ambrosia oceanica con la montagna assiale come frullino, alla discesa negli inferi alla ricerca del trionfo iniziatico sulla morte. Come l'enigmatica storia di Uttaṅka, che sembra celare sotto i panni del perfetto discepolo uno dei mille emuli di Gilgameš che tentano le diverse vie della queste della vita immortale sotto tutti i cieli dell'uomo. | ||||
La vita è sogno: storie indiche di realtà virtuale [A.A. 2007/8] Qual è la realtà, quale il sogno? “Allorché è notte per tutti gli esseri veglia l’asceta; ma la veglia degli esseri è notte per il savio veggente” — cosí recita la Bhāgavad Gītā, riproponendo in forma lapidaria l’antica dottrina upanishadica degli stadi di coscienza — dalla veglia, al sonno istoriato di sogni, al sonno plumbeo, all'ineffabile “quarto”, in cammino dall'Apparenza del Mondo, o dal Mondo delle Apparenze, verso l’inconcepibile Realtà apofatica del Sé. Il mondo che sperimentiamo nello stato di veglia non è che illusione proiettata dalla māyā, della stessa sostanza dei figmenti che ci appaiono nelle allucinazioni e dei sogni: illusori entrambi, mondo della veglia e figmenti, distinti tra loro soltanto per esser l'uno illusione pubblica e condivisa, l’altro privata e riservata. La distinzione tra i due livelli di illusione, che configurano le “realtà” relative del mondo comune della prassi (vyāvaharika sattā) e del mondo personale delle visioni (pratibhāsika sattā), sfuma e svanisce a confronto dello iato insormontabile che separa intrambi dalla Realtà suprema dell'Assoluto (pāramarthika sattā). E ancora: qual è la realtà, quale il sogno, nella serqua delle innumerevoli vite suscitate dalla reincarnazione presieduta dalla legge del karman, in cui ogni morte è come l’addormentarsi al sogno di una nuova vita? Cosí non ci sarà da stupirsi se i personaggi di tanti miti indici vanno e vengono con inconsueta levità tra i territori della veglia e del sogno, del sogno proprio e altrui, di questa vita e di un'altra vita — sognata forse? o veramente vissuta — laddove il “veramente” ha comunque la consistenza di un sogno. |
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Satyam eva jayate: la Verità nell'ethos indiano tra mito e filosofia [A.A. 2008/9] Satyam eva jayate, “solo la verità vince”: queste parole della Muṇḍaka Upaniṣad, risalente a molti secoli avanti l'era volgare, campeggiano oggi nell'emblema dell'Unione Indiana sotto il capitello del grande imperatore Aśoka “dal benevolo sguardo” (III sec. aev.) con i suoi quattro leoni troneggianti sul dharmacakra, la Ruota della Legge. Una tale continuità millenaria è ben giustificata, perché l’ideale della Verità (satya) forma in India l’oggetto del primo comandamento del sādhārana dharma, la legge morale universale che, a differenza degli statuti particolari di casta, ordine di vita etc., vincola egualmente tutti gli hindu senza distinzione. In Occidente, è vero, il prestigio morale dell’India è legato soprattutto all’altro grande ideale, quello della Non-violenza (ahiṁsā), diffuso dall’India in tutto il mondo grazie all'influenza della figura e della vicenda esemplare del mahātma Gandhi; eppure lo stesso Gandhi un giorno ebbe a dire: “Non-violenza e Verità sono così intrecciate che è praticamente impossibile districarle e separarle. Sono come le due facce di una moneta, o piuttosto di un disco metallico liscio e senza impronta; chi può dire qual è il recto e quale il verso? E tuttavia, la Non-violenza è il mezzo e la Verità è il fine”. Satya e ahiṁsā sono strettamente intrecciate anche nella storia esemplare dello Skanda Purāṇa che leggeremo nel testo originale sanscrito, in cui una tigre feroce e una vacca virtuosa ci ammaestrano sui castighi della violenza e sui premi della veridicità. | ||||
Itinerarium mentis in seipsam: lo Yoga come filosofia dell'enstasi [A.A. 2009/10 L’uomo comune si rivolge a Dio attraverso il rito e la preghiera, ma il Suo vero volto gli rimane nascosto dietro lo schermo opaco del mondo e del corpo. In tutti i tempi e a tutte le latitudini uomini non comuni, i mistici, hanno tentato cammini reconditi che conducono oltre lo schermo, a una esperienza diretta del divino: itineraria mentis in Deum, la cui meta finale è l’estasi, ovverossia l’ek-stasis, lo ‘star fuori’ dal mondo e dal corpo per entrare in comunione con il totalmente Altro. Ma la cifra fondamentale del mondo indiano è il monismo, e il divino originario vi è concepito piuttosto come l’assolutamente Identico. Perciò il cammino mistico indiano per antonomasia, lo Yoga, non conduce all’estasi bensí, secondo l'efficace conio di Mircea Eliade, all’“enstasi”: l’en-stasis o lo ‘star dentro’, rituffarsi nelle profondità del cuore dove si manifesta l'Identità profonda del Sé che è Dio. Secondo il mito filosofico della Maitrāyaṇī Upaniṣad, in illo tempore il Signore desiderò uscire dalla Sua solitudine originaria moltiplicandosi nel mondo e nei corpi; poi, essendosi insediato nel cuore di ciascuno, desiderando godere il mondo al di fuori vi praticò le finestre dei sensi; perciò, continua l’Upaniṣad con una metafora dai sorprendenti echi platonici, “gli organi di senso sono le Sue redini, gli organi di azione i Suoi cavalli, il corpo è il Suo carro, la mente il Suo auriga, il carattere la Sua frusta; guidato da Lui questo corpo si da attorno come la ruota del tornio azionata dal vasaio”. I cinque sensi e l’intera compagine psicofisica sono naturalmente estroversi nel mondo; perciò il cammino mistico che riconduce all’origine non può che essere un cammino introverso o pratiloma, un cammino ‘contropelo’ che si distoglie dal mondo per rientrare nelle profondità del cuore dove si riscopre la presenza fondante del Sé-Dio. |
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“Carri dell'anima” nelle Upaniṣad e nel pensiero greco antico [A.A. 2010/11] “Nessuno dei poeti di quaggiú ha mai celebrato né mai celebrerà degnamente quel luogo iperuranio…”: chi non ricorda l’immortale mito platonico del carro tratto da una pariglia di cavalli alati, per il cui mezzo l’anima-auriga ascende nel corteggio della schiera divina alla “pianura della Verità” oltre il dorso del cielo, dove si pasce del cibo a lei adatto, l’Essenza che veramente è (οὐσία ὄντως οὖσα)? Poco meno famoso di questo è il carro che conduce Parmenide oltre le porte del giorno e della notte, fino al cospetto della Dea che gli rivela “il cuore intrepido della Verità ben rotonda”. Gli interpreti si sono interrogati circa la relazione tra i due passi, e tuttavia le analogie sono forse meno cospicue delle differenze. Ma chi cercasse un esemplare piú prossimo alla metafora del Fedro potrebbe avere la sorpresa di trovarlo al di fuori della letteratura greca, nel carro che nella Kaṭha Upaniṣad vedica sotto la guida dell'intelletto conduce l’ātman (non piú auriga ma passeggero) lungo il cammino dello yoga fino alla “regione suprema di Viṣṇu” al culmine del cielo. Ad onta della generale differenza dell'impianto speculativo, le somiglianze sono sorprendenti e riesce difficile imputarle a semplice coincidenza. La questione di possibili influssi, e della loro direzione, rimane aperta, per la mancanza di documentazione storica diretta e la generale aleatorietà della cronologia indiana. Resta il fatto che i “carri dell'anima” appaiono piú ampiamente attestati in India che in Grecia, a partire da tempi piú antichi, certamente antecedenti gli albori della filosofia greca, fino al famoso carro qui sopra raffigurato, su cui si svolge il dialogo immortale della Bhagavad Gītā tra Kṛṣṇa e Arjuna, l’Anima universale e l’Anima individuale, a proposito dell’impendente battaglia di Kurukṣetra — il “Campo del «Fai!»”: una trasparente matafora della battaglia della Vita. |
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Trapianti di teste e di culture: una novella indiana e il suo rifacimento ne
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