«Il dolore affiora ovunque, nello scacco del desiderio, nella separazione da ciò che si ama e nell’unione con ciò che non si ama, come un’ostinata intermittenza che illude lo stolto ma non può eludere lo sguardo penetrante dello yogin. Egli solo è salvo, perché ha reciso l’ignoranza e dissolto il miraggio, radice del dolore, attingendo la suprema discriminazione tra Spirito e Natura».
Alessandro propone a dieci tra i gimnosofisti responsabili di istigazione alla rivolta nove quesiti, demandando al decimo il giudizio sulla bontà delle risposte: colui che risponderà peggio morrà per primo, poi di seguito tutti gli altri. Ma il giudice con un abile artificio dialettico riesce a sventare la minaccia, e Alessandro li rimanda carichi di doni.
In India come in Grecia, un maestro illuminato introduce il pupillo al mistero del Sé attraverso la porta della pupilla, ovvero il paradosso del guardarsi guardante celato nel prodigio dell’omuncolo dell’occhio (puruṣa) — che noi mutandolo di sesso ma con identica intuizione chiamiamo pupilla o ‘fanciullina’, sulla scorta dei latini, e che anche i greci chiamavano kórē.
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