«Ogniqualvolta il dharma langue e vige l'adharma Io effondo me stesso. Per proteggere i buoni e sterminare i malvagi, per ristabilire il dharma di età in età Io vengo all’essere».
«In principio questo universo non era che acqua. Perciò il Signore delle creature si arrovellava riflettendo sulla maniera di trarlo all’esistenza, quando vide una foglia di loto che ristava sulle acque. Pensò: “certo vi è qualcosa su cui si sostiene”, e trasformatosi in cinghiale si immerse. Raggiunse la terra al fondo, ne staccò un pezzo e, riemerso, lo spalmò sulla foglia di loto». Cosí all’origine dell’era cosmica presente il Signore prese forma di Cinghiale per amore della creazione...
Quando il titano Occhiodoro nel suo folle orgoglio colpisce con un pugno un pilastro della sua corte, in scherno all’onnipresenza di Viṣṇu, con un boato terrificante che riecheggia fino al guscio dell’uovo che racchiude l’universo ne erompe una figura ibrida, mezzo uomo e mezzo leone, che trascina il titano sulla soglia del palazzo e postoselo in grembo ne dilania le viscere con gli artigli, quasi trastullandosi, come un uccello che fa a pezzi un serpente velenoso.
Viṣṇu, l’Ampio-incedente che posa il terzo passo nell’inaccessibile orma suprema dove zampilla l’ambrosia, sotto le spoglie ingannevoli del Nano è ancora il Gigante primordiale che sovrasta il mondo — il suo quarto mortale — di tre quarti immortali nel cielo.
Tra ritualismo vedico e ascetismo vedantico, la sintesi della Gītā: la via della contemplazione rimane un sentiero impervio per un manipolo di illuminati; la via dell’azione rituale, reinterpretata come via dell’azione spassionata, si realizza nel contempo, coniugandosi con le nuove istanze del culto personale, come via della devozione, e diviene la strada maestra per la folla che brulica nel crepuscolo della luce.
Il Signore supremo, oltre al gioco dei giorni e delle notti, il gioco del kalpa indifferente, gioca ai dadi un altro gioco, il gioco funesto degli yuga, che vota gli uomini non già al ritmico apparire e sparire sulla scacchiera dell’esistenza, ma al male e al peggio di una condizione umana che ciclicamente si redime solo per riprendere subito dopo la sua caduta verso il male e il peggio.
I tīrtha dell’Arbuda sono polle, eremi, boschi o anfratti santificati dalla presenza dominante di Śiva, perloppiú manifesto in forma aniconica in un liṅga; ma talvolta anche dell’una o dell’altra ipostasi divina dei culti devozionali: Viṣṇu, la dea multiforme, Brahmā, Gaṇeśa; oppure del vedico Agni, o ancora di fiumane come la Sarasvatī e la Gaṅgā. Insieme assommano una sacertà tale da preservare l’Arbuda incorrotto dal funesto influsso del kali yuga.
Arbuda Mahatmya


Una descrizione del sacro tīrtha (“luogo di pellegrinaggio”) del monte Arbuda (oggi Ābū), la vetta piú elevata della catena degli Aravalli, che si estende nel sud del Rājasthān presso il confine con il Gujarat.
 

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Religione & Mitologia
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    L’Arbuda-khanda dello Skanda-purana
  La terrasanta del monte Abu tra passato mitico e realtà presente
  Avatara: la “discesa” del Signore
  Varaha: l’avatara del Cinghiale
  Narasimha: l’avatara dell’Uomo-leone
  Vamana: l’avatara del Nano
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  I dadi e la scacchiera: visioni indiane del tempo
















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